Alma Hunting Lodge

A Project, Museum,Mountain in a bed-size

Dolomiti di plastica 


Mi piace immedesimarmi in qualcuno a caso, un impiegato coreano che, appena il capo alza i tacchi con la scusa di una call — mentre invece si chiude in bagno con quella facilitona della stagista —, comincia a farsi i cazzi suoi, sapendo bene come funzionano le cose in quell'ufficio. Mette i piedi sopra il tavolo, apre Google e fa qualche ricerca a cazzo per prenotare le prossime ferie all'estero con quello che è rimasto di quella relazione che porta avanti da 25 anni. Apre Google, scrive merdate a caso tipo "posti incredibili" o "vacanza top" e finisce su una foto con dei prati inclinati; il nome è impronunciabile per lui, tipo Seiceida/Seceda o qualcosa così.

​Poi il capo rientra in ufficio mentre sta ancora tirandosi su i pantaloni, la stagista esce qualche istante dopo con il sorriso di chi farà carriera e il nostro impiegato di lì a poco rincasa dalla moglie e, affannato, le parla di quell'immagine vista poche ore prima online. Ne parla come se fosse la vacanza-svolta di quella relazione invivibile che stanno portando avanti, e passano tutta la sera a ricercare quella foto digitando su ChatGPT: "prati inclinati", "montagna con prato" e "foto figa in montagna con un prato".

​"Viviamo nel turismo" è un termine che mi piace di più. Nel senso che, nella gran parte dei casi, non è che viviamo solo di quello che portano, ma viviamo anche, e soprattutto, in quello che vogliono. Seguiamo la recensione o il feedback, vediamo la foto da copertina di un fienile in Alto Adige o della casa sull'albero in un campeggio in Slovenia e ci apriamo tutti un mutuo per vendere la stessa cosa.

​Seguiamo il feedback lasciato nella nostra attività da qualcuno che, quando è arrivato, se l'immaginava diversa; e noi, invece che mostrargli la nostra di cultura, abbiamo deciso di dargli quella che si era immaginato lui in quei 5 minuti liberi d'ufficio, a 250 euro a notte. Seguiamo troppo la fotografia da milioni di likes, riproduciamo nei minimi dettagli un'immagine che non ci appartiene per niente. Venite a mangiare il gulasch del Cadore (che è ungherese), bistecche dell'Argentina, braciole di maiale affumicate del McDonald's, patate fritte, Coca-Cola, Wienerschnitzel e il panino burger ananas... Non sto mica qua a dire che non siano buoni, sto a dire che siamo alla ricerca di un'identità che ci stiamo dimenticando.

​Anche sul fattore igienico, vorrei aprire una parentesi: negli ultimi 3 o 4 posti dove ho soggiornato vedo un po' ovunque lo stesso target. Siamo riusciti a far diventare usa e getta rivestimenti finti d'epoca, stiamo riempiendo le nostre case di pareti usa e getta di cartongesso, installiamo rubinetteria in plastica cromata o acciaio da 0.2 mm (che tanto ormai passano le mode anche lì e, se durano 5 anni, è anche troppo, che tra due fanno già cagare e bisogna cambiare stile). Sempre più minimal, sempre più lineare, sempre con meno carattere.

​Ci siamo ridotti nell'edilizia, come nella cucina, come per il resto nella manutenzione del nostro paese e delle nostre montagne, a uno stile sempre più mainstream che vada bene un po' a tutti: una camera lucente fatta di plastica, senza dettagli, che sembri pulita, fresca e lineare, e abbiamo portato in discarica i mobili fatti da nostro nonno.

​Personalmente, inizio a provare fastidio nel trovare gli asciugamani messi sottovuoto sul tavolo della stanza che ho prenotato su Booking, i bicchieri di plastica dentro il sacchettino di plastica, lo spazzolino di plastica usa e getta dentro un altro sacchettino di plastica, monoporzioni di dentifricio, sapone mani, shampoo, bagnoschiuma, balsamo, una bustina di olio, due di zucchero e i cucchiaini da usare e buttare. Ma che, vi prendevate la rogna a trovare un bicchiere lavato sopra una mensola? Avete mai perso un figlio a usare una saponetta invece che un cazzo di monoporzione? Avete paura si depositino i velociraptor in mezzo agli asciugamani prima del vostro arrivo?

​L'aspettativa di pulizia generale sta salendo sempre di più, drogata anche dalla catena alberghiera di turno che cerca di offrire solo ai clienti della loro mailing list un servizio sempre più impeccabile, un bicchierino del caffè sempre più sterile e privo di qualsiasi forma batteriologica esistente nel nostro pianeta. E intanto, finché il consumo del turista medio poteva essere di un certo livello fino a 20 anni fa, adesso è decuplicato: non sappiamo più dove mettere la spazzatura, i nostri torrenti sono pieni di detersivi e sostanze chimiche, scarti di lavorazione di qualsiasi sorta, e poi ci troviamo tutti insieme a discutere di sostenibilità davanti a una tartare di trota al 3 stelle Michelin di Cortina a 45 euro il crostino.

​I flussi turistici internazionali viaggiano quasi totalmente nell'autostrada del selfie, in quella colonna infinita che transita dal Seceda al lago di Braies, salendo alle Tre Cime appena dopo una foto sul sasso del lago del Sorapis, e poi dritti fino a Venezia per il prossimo selfie. Sono alla ricerca di un post su Instagram e di una pacca sulla spalla tornati a casa, dal compagno di sushi a Shanghai che gli dice: "Che cazzo di viaggio hai fatto, bro!".

​Ma son tutti disillusi dalle code in macchina e a piedi, dalle file in seggiovia e dai 45 euro di biglietto, inconsapevoli che le Dolomiti sono un po' più vaste e che forse il modo di godersele non è la fila per il selfie sul lago del Sorapis, ma mangiarsi un panino col salame fatto in casa al sole, in cima alla forcella dove non c'è nessuno. Non è colpa loro, siamo noi. Siamo noi che vivacchiamo di una pubblicità che non abbiamo mai fatto, ma che ha fatto qualcun altro; che non siamo in grado di mostrare la nostra cultura, forse anche perché non ne abbiamo più; che abbiamo levato il rivestimento del 1700 per montare una camera di plastica che sia facile da pulire quando va via quel cazzo di canadese che è stato qui due giorni; che proponiamo appartamenti che sembrano ospedali, con utensili così impacchettati che sembra debbano fare un'operazione a cuore aperto. Apriamo il ristorante tipico: braciola di cervo dell'Albania, Wienerschnitzel, gulasch, hamburger, bacon, cheddar, patatine fritte e toast dalla Gran Bretagna.

​Abbiamo scoperto dall'alba dei tempi che affittare il nostro negozio a un brand statunitense con la licenza di vendere strazze in centro ci fa passare più giorni a Kuala Lumpur a dicembre rispetto ad affittarlo a un artigiano del paese. E mica cazzi, che a Kuala Lumpur hanno il parmigiano, quello vero, venduto a 90 euro al kg, non quegli scarti di magazzino che troviamo qui al discount fatti col latte della Polonia! E perché no? Perché se ho la possibilità di starmene col culo al sole affittando a uno invece che a un altro dovrei ridimensionare i miei vizi e la mia esistenza, solo per fare qualcosa che sia secondo la morale di quei quattro morti di fame che sono rimasti al paesello a ferragosto? Poi i miei figli studiano a Harvard e va bene anche quello, parlano 4 lingue e girano con la decappottabile in spiaggia con l'influencer svedese.

​Questa decisione la prendiamo in tanti. Tanti che sognano una vita più agiata finché il resto del mondo vuole venire qui a passare le vacanze, a farsi una fotografia o a fare affari. E finisce che gli affari diventano nuovi residenti, che le attività dei local diventano attività di un brand che viene dall'estero, che la casa in cima al prato acrobatica diventa di un romano, che il prodotto interno lordo della zona viene quasi totalmente delocalizzato, che sta gente che arriva mangia tutto e sono più di noi, e a mano a mano pure la politica non sarà più locale ma magari milanese (per quanto non lo sia già); di gente che ha bisogno di servizi non ce n'è più, e si accende tutto appena il coreano di turno tira fuori la fotocamera di tasca e si spegne, di conseguenza, quando l'ultimo indiano la rimette via.

​Sì, non c'è più memoria né cultura che vogliamo raccontare, una storia fatta di cucina, arredi e tradizioni, perché quelli che se la ricordano sono morti in Germania da gelatai o a Paisac in New Jersey nelle miniere.

​Dico... continuiamo a costruire il mainstream per accontentare tutti, ma il nostro amico impiegato in ufficio a Seul vi metterà una recensione di merda lo stesso. Non perché non gli siano piaciute le vostre winiersnizzel impanate 3 volte, ma semplicemente perché c'ha una vita di merda.

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