Alma Hunting Lodge

A Project, Museum,Mountain in a bed-size

La Zucchina perfetta non esiste 


​Diciamo che nell'arco di una giornata di lavoro all'Alma capita di scontrarsi spesso con un attrezzo legato a qualche mestiere d'artigianato del passato. Legato sì alla nostra cultura, ai nostri usi e modi, ma raccontato alla meglio da chi se li ricorda: quel "il nonno lo usava nei primi del '900 per..." è già di fatto una storia in seconda persona, di gente che sti lavori non li ha mai fatti e che li ha raccontati a me. Io sono il terzo anello di una concatenazione di eventi che è già da due generazioni che nessuno vive più. Quindi storia e ricordo, a prescindere dai nostri personaggi, sono sempre più appannati, più romanzati e sicuramente meno veritieri.

​Capita di scontrarcisi fondamentalmente per due motivi: punto primo, perché ce n'è ovunque; punto secondo, perché nel labirinto che vi porta dal portone principale fino al vostro letto, è tutto uno slalom in mezzo a rocambolesche installazioni.

​Tutto sto casino è il lievito madre di due cose particolari. Prima: la mia mobilità articolare quando con lo swiffer faccio il giro del vano scale, arrampicandomi sui mobili per arrivare negli angoli più remoti con gli intenti della signora delle pulizie, ma sembrando più un cinghiale da Swarovski. Il secondo, sicuramente più appagante dal punto di vista intellettuale, è sedersi in uno di quei divani d'epoca che ho messo come "pausa sentiero", fissare l'attrezzo di turno e cominciare a inventarsi una storia. Tipo quando vi state scassando il cazzo in spiaggia e iniziate a interpretare i discorsi dei compagni d'ombrellone.

​"A cosa serviva?" potrebbe essere un buon inizio. La seconda riflessione che avrei piacere vi passasse per la testa è: "Con che comodità il mercato ha sostituito questo affare?". Già così, vi siete elevati di qualche centimetro dall'ottica consumistica che vi fa lavorare 48 ore a settimana, lasciandovi comunque le tasche vuote la domenica sera.

​Facciamo ancora qualche passo: "Quanto costava quel coso?" e "Quanto costa quello che usiamo adesso?". Addentratevi nel "quanto oggi l'elettrodomestico di turno mi semplifichi la vita", o magari: "quanto mi dava da pensare in termini di stress quel pezzo di legno con cui stavo cinque minuti di più?". E quanto invece il frullatore nuovo di pacca, che pago a rate, che ha la garanzia di un anno, tengo lo scontrino, appena scade si rompe, lo ricompro, continuo a lavorare, mi sputtano un altro stipendio l'anno prossimo per sto coso... finché entro in un loop dove quel coso per farmi le zucchine a fette e pure lesse, in realtà ho capito — perché sono più furbo di tutti — che mi conviene prenderlo in leasing, che tanto durano poco. Risparmio, invece che comprarne uno all'anno, pagando un abbonamento di 20 euro al mese. Che poi sono tre ore nette di lavoro, che poi non ci sono mai stato tre ore al mese a tagliare zucchine e farle sbollentare 30 secondi e poi, boh... forse stiamo lavorando il triplo per permetterci strumenti che ci rendono inutili.

​Ci sono due immagini che vorrei regalarvi così, senza per forza vendervi una stanza al 14 luglio.

​Quella forca che avete visto nel vecchio garage del nonno, che vostro padre vi ha confidato essere del padre di suo padre... quasi una pietra miliare di famiglia. A parte quel mezzo centimetro di polvere unta, in realtà è ancora perfettamente intatta, funzionale e oltretutto, effetto boom, una pulita, una mano e una pennellata di olio di lino e oltre che a essere funzionale è un oggetto bellissimo d'arredo. Vorrei vedervi incassare il lavandino del vostro nuovo bagno in gres e barre LED in un tavolo dell'Ikea di 10 anni fa, non nel bancone da falegname del nonno del vostro nonno.

​L'altra immagine è il container della discarica, dove vediamo sempre e solo oggetti medio-recenti, dell'ultima decade, completamente smembrati dopo quei pochi anni di servizio, frutto di tante vostre ore di lavoro, soldi e stress. Oggetti senza anima, senza appagamento estetico, di funzionalità temporanea e promiscua che promettono la zucchina perfetta ma sono costruiti solo per tenerci incatenati al mercato. Sporchi sì anche loro, ma con una pennellata di olio di lino e una pulita, restano una merda lo stesso.

​Ecco, poi c'è un altro anello di questa catena che mi sto inventando io adesso, finché scrivo. A cosa serve rendere tutto la parodia della parodia della comodità se poi la sera non siamo stanchi fisicamente, abbiamo il fisico di una medusa arenata sullo scoglio e ci chiudiamo due ore in palestra a sollevare dischetti di ghisa coi nostri costumini in microfibra antiodore?

​Abbiamo intrinseco il fatto di essere stanchi la sera. Se hai fatto una settimana di sofà, patatine fritte e Netflix, non è che ti addormenti né bene né soddisfatto. E allora perché tutto quello che era sforzo fisico, lavoro e allenamento lo abbiamo fatto diventare motorini elettrici 12 volt collegati ad Alexa? Che ormai neanche un pulsante, paghi obsolescenza programmata in confezioni da un kg, corrente al prezzo più caro che può offrire la guerra, il traghetto che porta il litio dal Western Australia e la presa di corrente nuova di design che l'ultima volta, per non abbassare il culo, hai tirato il cavo da un metro come la redine di un cavallo. Ti metti la sera dopo lavoro a pagare per fare sport perché ne abbiamo bisogno, e perché no, paghi anche il tipo coi muscoli pieni d'acqua, ormai modello esistenziale, che se vende anche pacchetti di cripto è l'idolo indiscusso, che si aggira per la palestra con la tutina di Sailor Moon, che ci spiega come spingere quei cazzo di dischetti di ghisa verso l'alto, che mi chiama uomo, che mi accompagna un bilanciere durante i push up, regalandomi quel posto in prima fila con vista sul suo scroto.

​Io non ce l'ho con le palestre né tantomeno con chi fa sport. Io non ce l'ho con l'elettrodomestico di turno che ci fa risparmiare acqua o detersivo. Che andare ad arrampicare o a correre in mezzo alle Dolomiti è un regalo che stai facendo alla tua vita.

​Però c'è qualcosa che nel concatenamento degli eventi nell'ultima era industriale non è andato proprio come volevamo. Che alla fine se cresce il PIL non ci cresce conseguentemente anche il cazzo. Che alla fine il senso di gratificazione di un oggetto nuovo, pulito e brillante ci dura tre giorni. Che l'affezione verso quel tagliaerba che prendiamo a calci da 25 anni e funziona ancora, quella no, non la sostituisci col tagliabordi a batteria con cui ti sei iscritto alla staffetta del giardino, che devi finire veloce e per forza quel lavoro di merda che stai facendo prima che finisca la batteria o prima che il motorino elettrico — che hai cambiato già tre volte, di cui due fuori garanzia all'80% del prezzo del tuo bellissimo tagliabordi quando era nuovo — si rompa.

​Devi finire di tagliare prima di tutto questo, di corsa, sudato, pieno di stress, che il motorino ormai è introvabile e costa un rene, speriamo non si rompa, che a pranzo qui faccio il barbecue e devo tirarmela un po' col vicino di casa che ho invitato per quieto vivere e che mi sta sul cazzo, a cui farò vedere sì che il mio prato è più verde, che il mio tagliabordi è una bomba e che non voglio fargli capire che sono un coglione.

​Vabè, poi apro gli occhi che è 40 minuti che son qua sul divano. Lì appesa c'è sempre sta forca che è il motivo per cui è partito questo lungo viaggio; è vecchia, sembra anche un po' scomoda. Faccio ancora qualche secondo di mente locale su tutti i pensieri che mi sono fatto di fronte alla stessa, la stessa che smette di essere simbolo e torna a essere oggetto. Ci penso poco, la stacco dal muro e me la riporto in garage, che forse ho perso 40 minuti sul divano e non ho risolto niente, però, e non ho capito bene perché, ma quella forca me la tengo.

Dolomiti di plastica 


Mi piace immedesimarmi in qualcuno a caso, un impiegato coreano che, appena il capo alza i tacchi con la scusa di una call — mentre invece si chiude in bagno con quella facilitona della stagista —, comincia a farsi i cazzi suoi, sapendo bene come funzionano le cose in quell'ufficio. Mette i piedi sopra il tavolo, apre Google e fa qualche ricerca a cazzo per prenotare le prossime ferie all'estero con quello che è rimasto di quella relazione che porta avanti da 25 anni. Apre Google, scrive merdate a caso tipo "posti incredibili" o "vacanza top" e finisce su una foto con dei prati inclinati; il nome è impronunciabile per lui, tipo Seiceida/Seceda o qualcosa così.

​Poi il capo rientra in ufficio mentre sta ancora tirandosi su i pantaloni, la stagista esce qualche istante dopo con il sorriso di chi farà carriera e il nostro impiegato di lì a poco rincasa dalla moglie e, affannato, le parla di quell'immagine vista poche ore prima online. Ne parla come se fosse la vacanza-svolta di quella relazione invivibile che stanno portando avanti, e passano tutta la sera a ricercare quella foto digitando su ChatGPT: "prati inclinati", "montagna con prato" e "foto figa in montagna con un prato".

​"Viviamo nel turismo" è un termine che mi piace di più. Nel senso che, nella gran parte dei casi, non è che viviamo solo di quello che portano, ma viviamo anche, e soprattutto, in quello che vogliono. Seguiamo la recensione o il feedback, vediamo la foto da copertina di un fienile in Alto Adige o della casa sull'albero in un campeggio in Slovenia e ci apriamo tutti un mutuo per vendere la stessa cosa.

​Seguiamo il feedback lasciato nella nostra attività da qualcuno che, quando è arrivato, se l'immaginava diversa; e noi, invece che mostrargli la nostra di cultura, abbiamo deciso di dargli quella che si era immaginato lui in quei 5 minuti liberi d'ufficio, a 250 euro a notte. Seguiamo troppo la fotografia da milioni di likes, riproduciamo nei minimi dettagli un'immagine che non ci appartiene per niente. Venite a mangiare il gulasch del Cadore (che è ungherese), bistecche dell'Argentina, braciole di maiale affumicate del McDonald's, patate fritte, Coca-Cola, Wienerschnitzel e il panino burger ananas... Non sto mica qua a dire che non siano buoni, sto a dire che siamo alla ricerca di un'identità che ci stiamo dimenticando.

​Anche sul fattore igienico, vorrei aprire una parentesi: negli ultimi 3 o 4 posti dove ho soggiornato vedo un po' ovunque lo stesso target. Siamo riusciti a far diventare usa e getta rivestimenti finti d'epoca, stiamo riempiendo le nostre case di pareti usa e getta di cartongesso, installiamo rubinetteria in plastica cromata o acciaio da 0.2 mm (che tanto ormai passano le mode anche lì e, se durano 5 anni, è anche troppo, che tra due fanno già cagare e bisogna cambiare stile). Sempre più minimal, sempre più lineare, sempre con meno carattere.

​Ci siamo ridotti nell'edilizia, come nella cucina, come per il resto nella manutenzione del nostro paese e delle nostre montagne, a uno stile sempre più mainstream che vada bene un po' a tutti: una camera lucente fatta di plastica, senza dettagli, che sembri pulita, fresca e lineare, e abbiamo portato in discarica i mobili fatti da nostro nonno.

​Personalmente, inizio a provare fastidio nel trovare gli asciugamani messi sottovuoto sul tavolo della stanza che ho prenotato su Booking, i bicchieri di plastica dentro il sacchettino di plastica, lo spazzolino di plastica usa e getta dentro un altro sacchettino di plastica, monoporzioni di dentifricio, sapone mani, shampoo, bagnoschiuma, balsamo, una bustina di olio, due di zucchero e i cucchiaini da usare e buttare. Ma che, vi prendevate la rogna a trovare un bicchiere lavato sopra una mensola? Avete mai perso un figlio a usare una saponetta invece che un cazzo di monoporzione? Avete paura si depositino i velociraptor in mezzo agli asciugamani prima del vostro arrivo?

​L'aspettativa di pulizia generale sta salendo sempre di più, drogata anche dalla catena alberghiera di turno che cerca di offrire solo ai clienti della loro mailing list un servizio sempre più impeccabile, un bicchierino del caffè sempre più sterile e privo di qualsiasi forma batteriologica esistente nel nostro pianeta. E intanto, finché il consumo del turista medio poteva essere di un certo livello fino a 20 anni fa, adesso è decuplicato: non sappiamo più dove mettere la spazzatura, i nostri torrenti sono pieni di detersivi e sostanze chimiche, scarti di lavorazione di qualsiasi sorta, e poi ci troviamo tutti insieme a discutere di sostenibilità davanti a una tartare di trota al 3 stelle Michelin di Cortina a 45 euro il crostino.

​I flussi turistici internazionali viaggiano quasi totalmente nell'autostrada del selfie, in quella colonna infinita che transita dal Seceda al lago di Braies, salendo alle Tre Cime appena dopo una foto sul sasso del lago del Sorapis, e poi dritti fino a Venezia per il prossimo selfie. Sono alla ricerca di un post su Instagram e di una pacca sulla spalla tornati a casa, dal compagno di sushi a Shanghai che gli dice: "Che cazzo di viaggio hai fatto, bro!".

​Ma son tutti disillusi dalle code in macchina e a piedi, dalle file in seggiovia e dai 45 euro di biglietto, inconsapevoli che le Dolomiti sono un po' più vaste e che forse il modo di godersele non è la fila per il selfie sul lago del Sorapis, ma mangiarsi un panino col salame fatto in casa al sole, in cima alla forcella dove non c'è nessuno. Non è colpa loro, siamo noi. Siamo noi che vivacchiamo di una pubblicità che non abbiamo mai fatto, ma che ha fatto qualcun altro; che non siamo in grado di mostrare la nostra cultura, forse anche perché non ne abbiamo più; che abbiamo levato il rivestimento del 1700 per montare una camera di plastica che sia facile da pulire quando va via quel cazzo di canadese che è stato qui due giorni; che proponiamo appartamenti che sembrano ospedali, con utensili così impacchettati che sembra debbano fare un'operazione a cuore aperto. Apriamo il ristorante tipico: braciola di cervo dell'Albania, Wienerschnitzel, gulasch, hamburger, bacon, cheddar, patatine fritte e toast dalla Gran Bretagna.

​Abbiamo scoperto dall'alba dei tempi che affittare il nostro negozio a un brand statunitense con la licenza di vendere strazze in centro ci fa passare più giorni a Kuala Lumpur a dicembre rispetto ad affittarlo a un artigiano del paese. E mica cazzi, che a Kuala Lumpur hanno il parmigiano, quello vero, venduto a 90 euro al kg, non quegli scarti di magazzino che troviamo qui al discount fatti col latte della Polonia! E perché no? Perché se ho la possibilità di starmene col culo al sole affittando a uno invece che a un altro dovrei ridimensionare i miei vizi e la mia esistenza, solo per fare qualcosa che sia secondo la morale di quei quattro morti di fame che sono rimasti al paesello a ferragosto? Poi i miei figli studiano a Harvard e va bene anche quello, parlano 4 lingue e girano con la decappottabile in spiaggia con l'influencer svedese.

​Questa decisione la prendiamo in tanti. Tanti che sognano una vita più agiata finché il resto del mondo vuole venire qui a passare le vacanze, a farsi una fotografia o a fare affari. E finisce che gli affari diventano nuovi residenti, che le attività dei local diventano attività di un brand che viene dall'estero, che la casa in cima al prato acrobatica diventa di un romano, che il prodotto interno lordo della zona viene quasi totalmente delocalizzato, che sta gente che arriva mangia tutto e sono più di noi, e a mano a mano pure la politica non sarà più locale ma magari milanese (per quanto non lo sia già); di gente che ha bisogno di servizi non ce n'è più, e si accende tutto appena il coreano di turno tira fuori la fotocamera di tasca e si spegne, di conseguenza, quando l'ultimo indiano la rimette via.

​Sì, non c'è più memoria né cultura che vogliamo raccontare, una storia fatta di cucina, arredi e tradizioni, perché quelli che se la ricordano sono morti in Germania da gelatai o a Paisac in New Jersey nelle miniere.

​Dico... continuiamo a costruire il mainstream per accontentare tutti, ma il nostro amico impiegato in ufficio a Seul vi metterà una recensione di merda lo stesso. Non perché non gli siano piaciute le vostre winiersnizzel impanate 3 volte, ma semplicemente perché c'ha una vita di merda.

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